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Due ontologie dello spazio: Territorio e Terroir

Olga Tokarczuk

7 maggio 2026

 

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La differenza fra Territorio e Terroir diviene dunque anche differenza politica. Quando durante una guerra si conquista un altro territorio, molto spesso si distrugge il Terroir e in questo modo si introduce lo squilibrio, il caos. Si riuscirà ad avere il miele da boschi e campi bruciati? L’aggressore e i nuovi amministratori sapranno fare il vino dai vigneti conquistati? Per convivere con il Terroir ci vorranno generazioni e la pace.

Forse è per questo che oggi la nostalgia per un unico e irripetibile Terroir sta tornando nei momenti di crisi ecologica, culturale, identitaria. Quando i grandi territori si spezzano e le mappe smettono di dare un senso,  le persone cercano forme di radicamento più piccole e dense non nei confini, ma nei luoghi. E forse proprio oggi, in questa epoca di sovrabbondanza e fretta, non abbiamo bisogno di uno spazio più vasto, ma di un luogo più profondo.

Permettetemi a questo punto di evocare la Bassa Slesia, il luogo dove vivo e dove i miei nonni si vennero a trovare dopo la seconda guerra mondiale come sfollati resistenti. Perché “resistenti”? Perché la scelta dell’espulsione e dell’insediamento in un altro luogo era stata decisa da qualcun altro, dalla grande politica e dai suoi artefici a Jalta e Potsdam quando stabilirono che le terre dei miei antenati sarebbero passate all’Unione Sovietica.

Sì, la storia dell’Europa centro-orientale illustra in maniera convincente la lotta fra i termini Territorio e Terroir. Nell’ambito di un esperimento socio-politico inaudito nella storia dell’Europa, il territorio della Polonia occidentale fu spostato di alcune centinaia di chilometri, e l’effetto fu che milioni di persone cambiarono il luogo in cui vivere e dovettero abbandonare i propri Terroir.

L’idea di Territorio aveva vinto di nuovo, e sebbene la sua stessa acquisizione si sia poi rivelata non facile e costosa, alla fine si sono costituite valide strutture statali che in qualche modo sono riuscite a gestirne l’amministrazione. L’acquisizione del Terroir, invece, continua ancora oggi.

Questo perché il legame fondamentale dell’uomo con il suo spazio vitale era stato interrotto. I nuovi arrivati non avevano familiarità né con il clima né con la resa del terreno, erano incapaci di adeguarsi a quel differente sistema agricolo. Il paesaggio era estraneo, e la natura non assomigliava a quella che avevano lasciato. Quell’esperienza fu traumatizzante soprattutto per gli abitanti delle campagne, dove il legame e la dipendenza dalla natura erano strettissimi. La prima generazione di sfollati, scacciata e disorientata, stabilì un contatto debole e superficiale con il nuovo ambiente. La seconda cercò di prendere in mano la situazione, ma il potere comunista non facilitò le cose. I nuovi territori erano insicuri, si parlava della terza guerra mondiale, nelle terre acquisite non si investiva volentieri. Soltanto la terza e quarta generazione, lentamente e con sempre maggiore convinzione, sentirono di essere a casa propria, e quasi abbandonandosi ai fluidi del luogo, con la testardaggine e l’amore cominciarono a cercare di stabilire una relazione con il Terroir in cui si erano imbattute.

Una volta mi sono messa a confrontare le mappe della mia zona, sia pre-belliche che post-belliche, e mi ha colpito la scomparsa di molti nomi locali, quelli più piccoli, dei valichi di montagna, dei crocicchi, i nomi di piccoli torrenti, sentieri boschivi, alture e valli. Sono rimasti soltanto i nomi ufficiali delle città più importanti, tradotti dal tedesco in polacco. I luoghi hanno perso la loro voce, hanno cessato di sussurrare le loro storie, di condividere i loro segreti. Gli architetti di questo nuovo ordine politico hanno cercato di agire per far sì che il territorio sia un qualcosa di stabile, più forte e indipendente dalla natura. Come se fosse possibile spostare colture, città e infrastrutture senza conseguenze.

Il territorio permette di governare a distanza, da una sede centrale, da una capitale lontana. Lo si può amministrare senza essere sul posto. Il Terroir impone una presenza, perché non può essere gestito. Ogni anno cambia la struttura delle forze. Ogni interferenza ritorna in una forma mutata. Nel mondo del Terroir, tutta la natura diventa un attore allo stesso modo dell’uomo.

Nella sua accezione sociale, il Territorio favorisce sempre l’omogeneizzazione. Lo si vede sull’esempio della Bassa Slesia dopo la guerra. Il nuovo Territorio incorporato nello Stato deve essere uniformato al più presto e unito in ogni senso alla madrepatria, diventandone parte integrante, sebbene i legami reali siano semplicemente deboli. Le differenze locali vengono trattate come un problema da risolvere o come folklore. Il Territorio soggetto alle autorità centrali, distanti e alle prese con altri problemi, comincia ad agire in maniera meccanica, ignorando la propria storia e tutte le differenze. il terroir agisce in maniera opposta: rafforza la diversità in quanto valore funzionale. L’eterogeneità non è una minaccia per l’ordine, ma una condizione di durevolezza. In questo senso, il Terroir è una categoria anticentralista, ma non anarchica, poiché si adopera per mantenere i propri assetti locali.

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Mi piacerebbe molto che il raffronto fra queste due ontologie dello spazio ci conducesse a una riflessione nella quale tentassimo di comprendere le differenze fra il vivere sulla terra e il vivere nel mezzo delle relazioni. È vero che il Territorio mette ordine nelle complicazioni politiche e sociali del mondo, ma è il Terroir che insegna l’umiltà verso ciò che contribuisce a creare la vita umana, pur non essendo umano; ci organizza come una parte soltanto piccola del tutto, spogliandoci, per così dire, del ruolo gravoso e falso di re del creato. Il Territorio non conosce questa umiltà e non ce la insegna, in compenso opera attraverso un controllo fittizio. In questo senso il Territorio sarà sempre una categoria del potere. Infatti rende possibile il governo tramite la divisione: l’interno dall’esterno, il cittadino dallo straniero, il “nostro” dal loro, il centro dalla periferia. Il suo strumento di base è il confine, e la sua promessa di base è la sicurezza. Permette di esercitare il potere sulla popolazione, le risorse, i flussi. È la condizione dell’esistenza di uno Stato moderno e del suo fondamento epistemologico: la politica diventa possibile perché in precedenza il mondo è stato “appiattito” a una superficie suddivisa in aree.

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© Olga Tokarczuk
Testo tradotto da Silvano De Fanti